il mare d’inverno

lo dico subito, c’è una cosa buona d’inverno a Parigi in tema marittimo, e sono tutti i mesi con la ‘r’. roba da farsi delle scorpacciate di ostriche in vena, sia plates che creuses, e di ogni calibro. siamo sottozero ma i bistrot sono pieni zeppi, sia all’interno che all’esterno, con l’ausilio di tende e bracieri elettrici, di gourmets delle bivalve (che poi se sapessero che le creuses, cioè le concave, sono una varietà importata dal Giappone si mutilerebbero i genitali…)

io ho sempre ritrovato questa discrasia in terra gallica: ti parlano come se il pesce fosse una loro precipua caratteristica quando hanno una varietà tipologica irrisoria rispetto alla nostra e anche un ridotto campo gastronomico. mi sono aggirata per i loro mercati ritrovandomi disperata (a parte davanti ai più comuni branzini, orate, acciughe) a dover esaminare specie marittime di proporzioni esemplari (una fetta lunga tipo un mio avambraccio) senza aver minimamente idea di cosa se ne potesse fare tranne usarli da putrelle in lavori di ristrutturazione. eppure.

mi sono incaponita, che volevo trovare un menu’ minimale e indiscutibile (quindi niente zuppe, cassolettes, ecc..) a base di pesce atlantico e il mio itinerario comincia da qui: da una indiscutibile, splendida, soffice , sontuosa Brandade de Morue – che potremmo tradurre da noi come Crema di Baccalà. con una piccola aggiunta fredda che alla fine poi vi dirò. quindi partirò da qui.

500 gr. di baccalà,4 patate medie di tipo Bintje,1 piccola scatola di latte condensato non zuccherato (questa è la parte funambolica della ricetta)

3 spicchi d’aglio schiacciati, 4 cucchiai di olio d’oliva,acqua,pepe, sale, coriandolo

dissalare il baccalà per 24h. oliare la pentola  A PRESSIONE dove lo metterete a cuocere.

tagliare le patate a lamelle, e il baccalà a dadini. mettere nella pentola il tutto, aggiungere l’aglio pelato e schiacciato, mescolare con il latte concentrato, aggiungere pepe e due pizzichi di coriandolo; aggiungere acqua solo fino a ricoprire il tutto. cuocere per 15 minuti.

infine passare al setaccio, o con il minipimer ridurre tutto ad una crema. a questo punto aggiungere l’olio d’oliva a filo come fareste per la maionese, fino ad ottenere un puré.degustare calda con i crostini o fredda, in estate.

io ho provato questa versione e sono rimasta incantata dal gusto delicatissimo. ma sono anche stata avvertita che al variare di proporzioni o di ingredienti il risultato non è così perfetto. quindi vedetevela voi, rischio e pericolo.

mi sono chiesta infine cosa avrei aggiunto dopo questa splendida brandade per completare un pasto volutamente sano, ittico e minimale – qualcosa che non fosse nipponico, sennò sarebbe facile…

così la mia sorella in terra di Francia mi ha proposto questa Salade de topinambours et saumon, che in effetti è il giusto e delicato prosieguo del primo step. e allora si procede così:

servono 3 patate rosse, 3 topinambours piccoli e una fetta di salmone di circa 150/200 grammi. si lessano separatamente le patate e i topinambours. si arrostisce la fetta di salmone. le verdure si fanno poi a tocchetti e il salmone si sbriciola. si mescolano in una ciotola e si completa con una vinaigrette. il tocco magico è un pizzico del mix di erbe aromatiche di Alce Grigia (cavoli vostri se non frequentate lei e il suo orto). gustare tiepida.

ecco, io intendevo il mare d’inverno in questo senso. cosa rimane dei tesori del mare per chi il mare non lo vede, non lo sente, non lo annusa. a parte le poesie e le canzoni, quando va male rimane l’immensa consolazione del baccalà. e vi assicuro, nelle gelide serate d’inverno non è poco. induce alla meditazione o alla lussuria, sta a voi. come ben insegnano i portoghesi, il baccalà è un Veicolo.

 

tutti pazzi per Mary

Mary Waters- Portrait (French Woman), 2012 – oil on linen, cm 150×200 – PART.

nota preliminare: le foto qui pubblicate delle opere di Mary A. Waters sono volutamente tagliate, fotografate da cataloghi  o prese da un’angolazione alterata, sia perché non possiedo diritti di riproduzione, sia perché alcuni dettagli hanno prodotto delle impressioni particolari sui visitatori della mostra. tutte le opere sono copyright Mary A. Waters. l’esposizione in corso è integralmente visibile sul sito: galeriepieceunique.com lascio a voi il piacere di ritrovare le opere citate.

è difficile parlare oggettivamente di qualcosa che hai avuto per lungo tempo sotto gli occhi, e che hai imparato a conoscere e ad amare proprio grazie a questa possibilità. e peraltro non credo che se ne debba scrivere in maniera didascalica, o farne una recensione. quella la fanno altri. gente preposta, che lo fa per mestiere.

quello che ho deciso di fare oggi quindi, è di parlare di un’ artista, Mary A. Waters, e delle sue opere attraverso le impressioni di chi ha visto in questi due mesi la sua esposizione. operazione piuttosto complessa quanto stimolante, poiché il confronto delinea il posizionamento di un artista rispetto al contesto in cui opera molto meglio di un’analisi.

obbiettivamente la  sezione  più  ampia è rappresentata da coloro che attratti dall’intensità dei volti ritratti e dalle riquadrature sono entrati in galleria pensando si trattasse di un’operazione fotografica condotta sulla base di dipinti antichi. è ovvio che subito dopo ci si rendesse conto che invece le opere erano dei concreti dipinti magistralmente eseguiti secondo la tecnica tradizionale, olio su tela. eppure l’ input fotografico è quello che ha mantenuto la pole position, diciamo così, del pubblico.

Mary Waters – Portrait no.12 – oil on linen, cm 95×80 – PART.

due sono le ragioni. la prima attiene all’artista. Mary Waters non solo è fortemente cosciente degli effetti dei mezzi tecnologici contemporanei, ma soprattutto per lei il punto di partenza per la riproduzione/rielaborazione  dell’opera E’ la fotografia dell’originale.

la seconda è percettiva. spesso chi è arrivato da noi in concomitanza di Paris Photo ha richiamato la nostra attenzione su una splendida fotografa olandese, Desirée Dolron, che nel suo ultimo lavoro si è ispirata alla pittura fiamminga.

Desiree-Dolron-Xteriors-VIII

Desiree-Dolron-Xteriors-XIII

e da qui voglio partire. se ne deduce che la contemporaneità del nesso concettuale è stata colta (spesso inconsapevolmente) da questo cluster. spero che Mary Waters sia d’accordo. in un momento in cui da un lato la pittura fiamminga (in special modo Rembrandt) conosce dei picchi di quotazione al limite della speculazione (cito uno speciale su Artè di non più di 7 giorni fa), e dall’altro la fotografia va sempre più studiando le tecniche dei maestri dell’arte classica, la contemporaneità dell’operazione di rilettura di Mary è assolutamente evidente.

Mary Waters – Big portrait of a girl, 2006 – oil on canvas, cm 160×105 – PART.

eppure in molti visitatori l’impressione del registro fotografico permaneva. in cerca di continue conferme si/ci chiedevano: com’è possibile? ma si tratta davvero di un quadro? come lo ha realizzato? poco importa che per secoli artisti fiamminghi, italiani, spagnoli, francesi, abbiano utilizzato queste tecniche pittoriche. semplicemente, oggi questa maestria è immaginata persa, non più padroneggiata. e invece a ben riflettere, come afferma il critico Pietje Tagenboch, non c’è il realismo dell’immagine che è garantito dalla luce – l’interfaccia che permette la fotografia.  L’intemediario qui, come nel passato, è l’artista. Waters ha altresì sottolineato come gli infiniti strati di pittura che sovrappone, lavorando i suoi quadri per un tempo altrettanto incalcolabile, siano paralleli alle sue reminiscenze dei cibachrome.

oltre al realismo, l’altra assenza  che lascia interdetto il pubblico è quella narrativa. e qui il visitatore esperto si è reso conto subito che la scena del dipinto originale era sparita, sia perché l’artista aveva colto solo un dettaglio o un viso, sia perché l’ambientazione  poteva essere stata volutamente sostituita da uno sfondo unico. questo poiché alla Waters intessano di più la simmetria delle immagini, gli ornamenti, le ricorrenze, quegli effetti che lei stessa descrive come ‘un’esperienza visiva astratta’. è l’effetto dell’immagine che la colpisce. immagine che lei decostruisce e che poi riproduce.

Mary Waters – Twins with collars, 2002 – oil on linen cm135x150 – PART.

altri visitatori si sono semplicemente chiesti: perché questi soggetti? perché dettagli o visi tratti da opere note o meno di pittori del secolo d’oro? Mary Waters ha risposto in diversi momenti a questa questione. partendo dagli inizi, quando studiava arte a Galway, in Irlanda, e non poteva avere a che fare con le opere originali. da allora ha quasi maniacalmente utilizzato il mezzo della riproduzione per canalizzare un suo concetto dell’opera d’arte. ma c’è di più: Mary racconta che queste riproduzioni le trasmettevano un senso di superiorità eurocentrica che in Irlanda è stata vissuta sempre come una sorta di colonialismo culturale. il suo punto di riflessione quindi è quello dell’osservatore, non di chi faccia parte di ‘questa’ cultura. e quindi, come da sempre è accaduto nelle terre di confine, dove la cultura dominante è stata rielaborata, e sopravvive rinascendo a nuova vita, secondo codici diversi, ecco che Mary Waters rilegge oggi soggetti classici in maniera fortemente destabilizzante, usando una tecnica tradizionale impeccabile che si abbevera però degli effetti cinematografici rimasti impressi nel suo immaginario estetico.

Mary A Waters – Italian Boy with Neck Jewel, 2010 – oil on linen cm 60×50 (1) – PART.

il commento che mi ha lasciata più stupita è stato quello di una signora che, osservando un ritratto di un gentiluomo, ispirato ad un artista italiano (Boltraffio, nello specifico) , ha con decisione affermato che l’artista prendeva spunto da un’ opera russo-ortodossa. la cosa mi ha fatto riflettere non poco: non vi era nulla nell’opera che mi ricordasse ciò (ma se ho torto lasciate pure i vostri commenti). forse è per via di quel medaglione? indagando con la signora in questione parrebbe che le ricordasse più che altro un ritratto famosissimo di Vlad III – e quindi anche di un’area artistica completamente diversa. insomma nulla a che vedere apparentemente. ma invece molto c’è da dire sullo spiazzamento, direi l’inquietudine, che producono le opere di Mary Waters. parlo  dell’effetto dello sguardo che hanno i suoi personaggi (e lo studio dell’effetto prodotto su se’ stessa dallo studio dei soggetti  è ciò che ha portato in un certo senso la Waters a dipingere), tale da rimandare nella mente ad  un’opera diversa ma fortemente incisa nell’inconscio.

eppoi c’è l’ossessione per il doppio, e la sua conseguente innumerevole e meravigliosa serie di gemelli. questa sola sezione meriterebbe un post a parte. la riflessione che ci pone l’artista è, tra le altre, quella sul tema dell’ossessione della perfezione fisica – quando in realtà cio’ che vediamo riflesso non è, pirandellinamente, cio’ che siamo, e men che meno ciò che pensiamo di noi.

Mary A.Waters – Twins with gold chains and cherries, 2010 – oil on linen cm 200×185 – PART.

Waters ha prodotto una innumerevole serie di gemelli, tratti come sempre da opere classiche, notissime o meno, prendendo un soggetto e reduplicandolo (pur mai rendendolo identico) stravolgendo o eliminando decori, sfondi o informazioni narrative supplementari. L’effetto è di nuovo perturbante, incognito, e conduce immediatamente ad una riflessione profonda sul senso del se’ proiettato. Dove conducono queste riflessioni è ancora a mio avviso l’oggetto della ricerca e del lungo viaggio di Mary Waters, e, nell’attimo in cui i nostri occhi entrano in quelli dei suoi soggetti, Mary Waters è ognuno di noi.

Mary Alacoque Waters

*La mostra di Mary A.Waters ‘Recent works’  é visitabile presso la Galerie Pièce Unique di Parigi fino al 5 gennaio 2013. Pièce Unique rappresenta Mary A. Waters in esclusiva

 

Hakuin Ekaku

Hakuin Ekaku, 白隠慧鶴, nato Sugiyama Iwajiro (Hara 1686- 1769), fu il grande maestro che vivificò la setta zen del buddismo Rinzai. era sotto ogni lato un uomo eccezionale ed eccentrico. i suoi insegnamenti sono parte oggi fondante della sua scuola e gli aneddoti sulla sua vita sono innumerevoli. vi basta consultare wikipedia per conoscere la sua ricca e battagliata vita in cerca dell’illuminazione.

Hakuin iniziò tardi ad applicarsi alla pittura e alla calligrafia, piu’ o meno verso i 60 anni,  ma la sua straordinaria capacità di cogliere l’immediatezza della realtà, ed il suo specchio illusorio, ne hanno fatto uno dei più grandi pittori giapponesi. i suoi dipinti servivano altresì come sermoni visivi, il che lo portava a comunicare in maniera immediata con la gente. e a ben guardare, il messaggio veicolato dalla purezza del segno è vivo ancora adesso. oggi ho avuto la fortuna di vederne alcuni esemplari, così ho pensato di postare alcune delle sue opere più rarefatte, senza commento.

due ciechi attraversano un ponte

Ciechi che attraversano il ponte

Hotei che osserva i topi che praticano il sumo

La scimmia vuol prendere
la Luna nell’acqua.
Finché la morte non la prenderà
lei non mollerà.
Se lasciasse andare il ramo e
sparisse nella pozza profonda,
l’intero mondo s’illuminerebbe
con abbagliante purezza.

P.S. credo sia anche interessante leggere il suo trattato sulla salute.  fu portato a scriverlo a seguito delle sue personali sventure, che riuscì a superare grazie ad una nuova applicazione degli insegnamenti taoisti. la sua prassi, o profilassi, medica è centrata sull’esercizio e l’utilizzo del tanden (dantian in cinese), su cui si basa peraltro questo scritto.

 

che autunno che fa #4: Unlimited Bodies

avrei dovuto scriverne subito, mi rendo conto; trattandosi di un’iniziativa collocata durante la settimana dell’arte parigina, con una limitata durata (come tutte le iniziative fuori salone, e avendone il merito di essere gratuita) sono colpevole di non averla segnalata per tempo. anche perché oltre che essere indubbiamente un’operazione suggestiva presentava due altre caratteristiche: l’ambientazione – il Palais d’Iéna, sede del Consiglio economico e sociale della Repubblica francese, indi luogo non aperto normalmente al pubblico – e l’estemporaneità  – se mi si può passare il termine: non vi è alcun indizio o ipotesi che ve ne saranno dei ‘sequel’. Infatti è stata un’iniziativa senza sigle né marchi; semplicemente un titolo – Unlimited Bodies / Corps sans limite. suggestivo, ambizioso, evocativo. e pregnante.

sul titolo gira tutto, quindi parliamone: partendo da un’opera di Antony Gormley, ospite d’onore e ispiratore del progetto, Unlimited Bodies è una riflessione sul corpo umano, sulla sua interpretazione, trasfigurazione, mercificazione, umiliazione, esaltazione. e quello che ha colpito chiunque entrasse nell’immensa sala era la connotazione ideologica o quantomeno provocatoria dell’uso del corpo nelle 30 sculture. non passerò una per una le opere dei 30 artisti presentati (alcuni molto famosi, altri forse meno, intelligentemente l’esposizione è stata centrata sulla forza delle opere e del loro messaggio), ma mi piace mettere l’accento su alcune di esse. peraltro tutto il materiale iconografico e biografico è a disposizione su unlimitedbodies.com

Giotto/G8

l’Italia curiosamente ispira ben due artisti. il primo è Olivier Blanckart, il cui segno di riconoscimento è la ricostruzione, la messa in volume, di foto emblematiche del nostro vissuto. per questa esposizione ha scelto di rappresentare il corpo di Carlo Giuliani, ucciso nel 2001 a Genova,  esanime di contro allo sfondo delle forze dell’ordine in assetto antisommossa. Blanckart ha raccontato di aver incontrato la madre di Giuliani, ed è rimasto colpito dal dettaglio del rotolo di scotch – infilato da Carlo sul braccio per caso, ma che lo identificò secondo la polizia come uno dei manifestanti che lanciavano molotov  (essendo lo scotch utilizzato per sigillare le bottiglie incendiarie). quel rotolo raccolto per caso è come una condanna a morte, e ne fa per Blanckart la stigmatizzazione di un martire dei nostri tempi. l’artista nota anche polemicamente come in quegli stessi giorni al Palazzo Ducale Vanessa Beecroft esibiva le sue modelle nude sotto gli occhi del’fascista cosmetico Berlusconi’.

Christe Italien

il secondo artista a ‘rileggere’ le contraddizioni italiane è ormai un’icona: Jean-Pierre Raynaud, con il suo ‘Cristo italiano’ che tanto ha scandalizzato le anime laiche dei padroni di casa – come se realmente l’artista volesse farne una rappresentazione religiosa – e che invece secondo la mia personale visione ci parla di un corpo di cui uno stato non-laico (il nostro decisamente..) si è impossessato facendone un marchio ideologico nazionale. (per quanto riguarda invece poi il corpo fisico, Raynaud in un’altra scultura ne rappresenta il proprio come un sarcofago, l’assenza del corpo carnale.)

Salat

la censura laica del Consiglio Regionale ha capitolato anche perché quella di Raynaud non era la sola opera che avesse per oggetto la religione; in tal caso avrebbero dovuto asportare anche lo splendido lavoro di Mehdi-Georges Lahlou. credo che osservando l’opera non ci sia bisogno di ulteriori spiegazioni: si chiama ‘Salat ou Autoportrait dirigé’. Salat ‘la preghiera’ è il secondo pilastro dell’Islam ed è rappresentata da un insieme orante. tra le fila di credenti inginocchiati l’alter-ego dell’artista è l’unico a rimanere a testa alta. l’unica figura a ridare una dignità a se stessa in mezzo a delle masse informi. Lahlou ha nelle sue origini tradizioni differenti – francese,marocchina e spagnola – e proviene dalla performance. ha sempre utilizzato il suo corpo come supporto, fino all’esaurimento fisico o visuale. ha sempre provato su di se’ ciò che poi traspone su un altro mezzo. come il tema dell’identità sessuale, che ricorre qui nella sua ‘Vergine Nera’. l’artista si veste del velo islamico e allo stesso tempo si rivolge all’iconografia della scultura classica cristiana.

Vierge noire

riflessione forte e diretta sulla condizione femminile quella dell’iraniana Shirin Fakhim, sui tabù del corpo nudo e sui condizionamenti perpetuamente ad esso imposti. corpi privi di braccia, mutilati, incapaci di reggersi in piedi eppure ostentanti ancora  il loro diritto alla scelta. oppure, considerati da un altro punto di vista, effigi che testimoniano dell’alto prezzo da pagare per la loro condizione di genere. Fakhim ha una storia personale difficile ed estrema quando approda prima al teatro e poi al cinema indipendente. le sue sculture sono una narrazione di storie di donne per le quali l’artista prova affinità, simpatia e rispetto. tecnicamente sono visi  e corpi costituiti da abbeveratoi per uccelli e da vasi di terracotta, abbigliati e adornati secondo il personaggio di cui portano addosso la storia. l’orientamento trans gender, la chirurgia estetica, l’omosessualità, le mutilazioni genitali sono tra i temi sui quali ci costringe  a riflettere.

Kriti Arora raffigura delle figure ricoperte di bitume, molto simili a quelle reali, operai  costruttori di strade, che ha incrociato sulle strade del Kashmir, gente che lascia villaggi lussureggianti al centro dell’India per raggiungere un luogo inospitale e fare un lavoro al di là dei limiti umani. come l’artista stesso li descrive sono ‘delle allucinazioni d’orrore, ma anche dei combattenti coraggiosi che aiutano a creare legami, costruire ponti in un paese continuamente danneggiato dagli attacchi’.

due opere che ho amato:le ‘pleureses’ di Julien Salaud, anime in continua contrizione. come le nuvole che oscurano il deserto poi ne inondano il suolo, così questi esseri pieni di affezione piangono torrenti di perle.

e ‘Skin’ di Dimitri Tsykalov, e la sua pelle d’orso composta di casse di armi e munizioni: l’orso è il simbolo dell’immaginario politico russo e della sua unità intrisa di prosopopea; in realtà è il testimone di un massacro internazionale, portandone sulla sua superficie  resti di mezzi distruttivi.

la visione ironica e matura dell’inglese Edward Lipskiè assolutamente incantevole: tutta la sua opera è basata sulla frontiera tra il sacro e il profano. un’altra destabilizzazione della religione ma in una chiave più leggera, sebbene spesso imponente. immagini religiose già desacralizzate in altri contesti (si pensi alle statue o immagini di divinità esposte nei ristoranti cinesi o indiani diventate mero elemento decorativo), e con le quali viene esaltato ed estremizzato questo paradosso, che induce ad una sensazione ‘di nostalgia e di disgusto’.

Fu Dog

lascio per ultima,  l’opera più complessa. il ‘Dilemma Determinista’ di Tony Oursler. l’unica opera realmente tecnologica, e molto distante dai mezzi espressivi degli altri artisti, che avremmo immaginato di trovare nella Biennale di Venezia dell’anno passato. un lavoro certosino di proiezioni che sovrappongono personaggi animati e figurati sotto forma di sculture. Oursler li descrive come ‘uno specchio dello stato psicologico attuale, dove l’individuo deve cercare di trovare il suo cammino tra desideri conflittuali, contemporaneamente connesso e isolato dai mezzi di comunicazione, dai differenti strati d’informazione e di memorie. ‘ Il titolo dell’opera fa riferimento all’opposizione tra ordine e caos e tra coincidenza e determinismo. impossibile renderlo in foto, e ipnotico e inquietante dal vivo. a livello tecnico, la meticolosità certosina per cui ad ogni angolo di spazio esposto riuscisse a corrispondere una proiezione, ovviamente in scala, contribuisce decisamente alla veicolazione del messaggio.questa splendida e controversa esposizione è ancora visitabile online qui. putroppo manca il supporto critico che è disponibile solo sul catalogo.

 

che autunno che fa #3

(ovvero quello che vi siete persi e non lo sapete: Pascale Tayou)

Que deviendront demain les objets et le formes d’aujourd’hui ?

Que deviendront demain les objets témoins de nos rituels modernes ?

Qui seront-ils ces nouveaux habitants du monde futur ?

Qui se chargera demain de faire la lumière sur notre histoire d’aujourd’hui ?

Que trouveront-ils ce chercheurs demain dans le secret des autoroutes des fouilles ?

Que seront leurs centres d’intérêt en face des nos destins communs ?

Seront’ ils vraiment concernés par les vestiges de notre histoire d’ailleurs ?

Diamonds Scape, 2012
Legno, formica, resina, motori, cavi, nastri magnetici, amplificatori

Je voudrais tant chuchoter mon prochain projet à vos oreilles,

j’aimerais enfin murmurer pour vous le sommaire de l’histoire du « fantôme colonial »,

secouer l’arbre de certains de mes maux qui rodent jour et nuit dans nos mémoires collectives,

parler de la hantise et de l’injustice sans faire de nouvelles victimes,

dévoiler quelques lignes des secrets que cache mon livret de chevet,

chanter le cœur de mes chœurs sans aucune rancune,

vous livrer à vous-même

en vous invitant enfin à la mise en scène de ma prochaine naissance.

*Pascale Marthine Tayou, 2012

The magic Calabash, 2012
zucche, fotoimpressioni su legno, installazioni sonore

the magic Calabash, 2012

Pascale Tayou nasce in Camerun e vive tra Yaoundé e Gand, in Belgio. L’esposizione che ha luogo alla Villette si chiama non a caso ‘Collection Privée’ in quanto è una riflessione profonda su ciò che rimane della memoria collettiva dell’Africa, e su ciò che ne deriva dopo le commistioni, le aggressioni, i recuperi di un’ epoca post-coloniale. L’invito è a ripensare i nostri legami, le nostre interrelazioni, intersezioni, nell’ambito delle diversità umane.

la Danse des Ventilateurs, 2012
ventilatori, motori

Home Sweet Home, 2012
tronchi, figurine ‘colons’, gabbie per uccelli, cavi, microfoni, sabbia, installazioni sonore

Home sweet Home, 2012

Tayou è uno spirito libero che gioca con materiali di recupero, trouvailles, statuine di legno tipiche dei mercati africani, zucche… e allo stesso tempo a fianco di queste immense installazioni che hanno anche una suggestione sonora, troviamo colonne di zuppiere di smalto a formare totem moderni, come anche sculture in cristallo da lui create a partire da un’iconografia africana classica.

Un mondo esteso, potente, inquietante come lo è un continente che Tayou riesce incredibilmente a riassumere nella sua complessità e bellezza.

Totems Pascale, 2012
sculture in cristallo, materiali diversi

Colonne Pascale, 2010
zuppiere di metallo smaltato, placche e strutture di metallo

–tutte le opere sono copyright dell’artista. le foto sono courtesy Galleria Continua/Parc de la Villette

 

che autunno che fa #2: Bartabas & Ko Murobushi

la métamorphose ne parut jamais à mes yeux que comme le haut et magnanime retentissement d’un bonheur parfait, que j’attendais depuis longtemps.

Oh ! quand vous entendez l’avalanche de neige tomber du haut de la froide montagne ; la lionne se plaindre, au désert aride, de la disparition de ses petits ; la tempête accomplir sa destinée ; le condamné mugir, dans la prison, la veille de la guillotine ; et le poulpe féroce raconter, aux vagues de la mer, ses victoires sur les nageurs et les naufragés, dites-le, ces voix majestueuses ne sont-elles pas plus belles que le ricanement de l’homme !

Chose remarquable ! Moi qui fais reculer le sommeil et les cauchemars, je me sens paralysé dans la totalité de mon corps, quand elle grimpe le long des pieds d’ébène de mon lit de satin. Elle m’étreint la gorge avec les pattes, et me suce le sang avec son ventre. Je suis parvenu, les jambes lasses, sur la plate-forme vertigineuse. J’ai regardé la campagne, la mer ; j’ai regardé le soleil, le firmament ; repoussant du pied le granit qui ne recula pas, j’ai défié la mort et la vengeance divine par une huée suprême, et me suis précipité, comme un pavé, dans la bouche de l’espace.On me vit descendre, avec la lenteur de l’oiseau, porté par un nuage invisible, et ramasser la tête, pour la forcer à être témoin d’un triple crime, que je devais commettre le jour même, pendant que la peau de ma poitrine était immobile et calme, comme le couvercle d’une tombe !Je bats l’air de mes bras nerveux et souhaiterais qu’il se transforme en hommele fantôme lance par sa bouche des torrents de feu sur le dos calciné de l’antilope humain. … le fantôme fait claquer sa langue, comme pour se dire à lui-même qu’il va cesser la poursuite, et retourne vers son chenil, jusqu’à nouvel ordre. Sa voix de condamné s’entend jusque dans les couches les plus lointaines de l’espace ; et, lorsque son hurlement épouvantable pénètre dans le coeur humain, celui-ci préférerait avoir, dit-on, la mort pour mère que le remords pour fils.‘Le Centaure et L’Animal’ è uno spettacolo concepito e diretto dal maestro di arte equestre Bartabas sull’idea della metamorfosi, ispirato ai ‘canti di Maldoror’ di Lautréamont, che vede la speciale partecipazione del danzatore butoh  Ko Murobushi. Come nei sogni di ogni cavaliere appare un centauro, la riflessione sulla trasformazione prende i connotati del sogno ipnagogico grazie alla potenza della poesia di Lautreamont. La presenza di Ko Murobushi ci allontana completamente dallo spettacolo equestre e contribuisce a creare un’ atmosfera cerimoniale quasi sacrificale. Risorge l’era della metamorfosi che sovverte l’ordine delle cose e delle creature, umane e non.Bartabas, director of ‘Zingaro’ and Ko Murobushi, butoh master and founder of the famous ‘Dairakudakan’ gave birth to an impressive, wonderful work about animality.
photos by Nabil Boutros

un video parziale è qui:


2012/13 – Le Centaure et l’animal – BARTABAS /… par MC93Bobigny

 

che autunno che fa #1

(ovvero, quello che vi siete persi dopo l’estate e non lo sapete: Michel Blazy)

capisco che scrivere a fine ottobre con la scusa che c’è stato lo stop forzato delle vacanze non regge più da un pezzo; capisco anche che la ‘netiquette’ vorrebbe almeno che ci si preoccupasse di postare qualche foto, canzone, accidente almeno una volta al mese per creanza. ma poiché ognuno ha i suoi cavoli da risolvere e alcuni a volte ci mettono un po’ più di tempo, la sottoscritta preferisce essere onesta e tornare a scrivere soltanto quando si ripropongono le condizioni. nel frattempo ci siamo impratichite del nuovo lavoro (un lavoro che è molto Shatzi) e dopo mesi di ricerca ansiosa siamo pronte a trasferirci dal Villaggio Indiano nella capitale. nel poco tempo libero rimasto, in questo rosseggiante autunno che si appresta a terminare, abbiamo cercato di seguire gli eventi degni di attenzione, quelli che lasciano delle emozioni forti e durevoli, insomma quelli che piacciono a noi.

un viaggio che ci è piaciuto fare è stato quello nell’universo di Michel Blazy, per capire la sua particolare concezione della catena alimentare, come dovrebbe/potrebbe essere. in ‘le Grand Restaurant’  la Natura segue (come si dice spesso in contesto errato) il suo corso, a partire da materiali organici e non, assemblati e a lei ‘offerti’ dall’artista. molti gli stimoli, non sempre ‘piacevoli’ (epperfortuna), e molti gli spunti di riflessione sui significati primari di alimentazione, ciclo di vita, deperibilità. nello specifico, vengono qui sperimentati vari metodi di alimentarsi in natura come il parassitismo, la simbiosi, il commensalismo, da parte di organismi viventi accolti/raccolti apposta per l’occasione. che il banchetto cominci!nella prima sala comprendiamo subito che Blazy non rappresenta la Natura, ma permette ad essa di rappresentarsi vivente; una grande installazione composta da enormi rotoli di moquette sui quali delle lumache tracciano con la loro bava degli arabeschi. le lumache sono stimolate dalla birra mista ad acqua con la quale viene intrisa la moquette. le stesse lumache vengono poi alimentate in spazi dedicati alla loro sopravvivenza. i percorsi e i disegni così formati sono in continuo cambiamento e, in quest’opera solo apparentemente surrealista, rendono un materiale fabbricato dall’uomo allo stesso tempo un supporto pitturale e un habitat.

nella sala  ‘Sculpcure: bar à oranges’, siamo invitati a interagire. l’atto di utilizzare le arance per nutrircene non è finalizzato alla nostra sola alimentazione ma depositandone le bucce intere sugli appositi spazi si crea un successivo habitat: la fermentazione delle arance attira infatti le drosofile (piccole mosche dell’aceto) di cui a loro volta sono ghiotti i ragni. queste piccole architetture lasciate intatte per mesi e anni sono alla base di un microcosmo vivo.

dallo splendido ‘Avocado’ datato 1997, rinato dopo una gelata e la cui forza autorigenerante ha rotto e alterato il vaso creando una scultura vivente, passando per quadri realizzati esclusivamente con sostanze deperibili come la crema al cioccolato o alla vaniglia o il latte in polvere, arriviamo ad altre 3 installazioni complesse.

il ‘Circuito chiuso’ è il vero Ristorante della mostra, in questo continuo gioco di chi-mangia-chi, dove si è invitati a gustare una tartare in una camera chiusa che  ospita delle zanzare. gli insetti hanno il loro diritto a prolungare la catena alimentare nutrendosi di altro sangue. nella stanza umida, piccoli bacini d’acqua servono alla riproduzione delle zanzare.

per le ‘Tavole autopulenti’ invece, Michel Blazy ha ideato un sistema di tavoli a costellazione orbitale alberganti una colonia di formiche che passano da uno spazio all’altro nutrendosi di briciole, resti di marmellata e altri piccoli avanzi lasciati dall’uomo. il formicaio nascosto nelle gambe dei tavoli è salvo e non può disperdersi, perché i piedi dei tavoli sono inseriti in ciotole d’acqua. lo scopo è quello di un’associazione durevole e reciprocamente profittevole tra l’uomo e la comunità di 400 insetti.

sicuramente l’opera più suggestiva di Blazy è ‘la Grotta’, anch’essa un lavoro in continuo divenire che chiude il percorso espositivo.

l’ installazione monumentale dall’aspetto esteriore di un’enorme larva occupa tutto lo spazio a sua disposizione ed è composta esclusivamente da elementi organici: legno, cotone, feltro, acqua e lenticchie. la struttura serve da enorme germogliatore per le piccole lenticchie, il quale viene continuamente inumidito da succo di lenticchie. è uno spazio umido e pieno di vita in cui possiamo entrare come in un riparo primitivo, ma in cui l’uomo diventa a sua volta il parassita che penetra in un frutto maturo per nutrirsene. il percorso sensoriale della grotta, olfattivo, tattile ben oltre che visivo, ci rimanda al paziente ritmo naturale della crescita e dello sviluppo, cui bisogna adattarsi con un’attitudine agli antipodi del mondo veloce in cui siamo forzati a vivere.

un breve montaggio per vedere tutte le installazioni e  rendere l’atmosfera di questa esposizione altamente suggestiva è questo:

l’esposizione ha avuto luogo a Le Plateau, Buttes-Chaumont

infine, per vedere un’altra creazione di  Michel Blazy, cliccate qui

 

 

(f)estival

l’estate a Parigi è partita il 21 giugno con la Festa della Musica. è proprio partita, nel senso che sembrava che tutti stessero caricati a molla da mesi e mesi di pioggia e non ne potessero più di stare nelle case e negli uffici. da quel giorno ogni iniziativa è stata presa d’ assalto, come se fosse passato un annuncio ufficiale: è l’estate! ma ci sono 17 gradi? non fa nulla. ma piove che sembra novembre? ecchissenefrega. è ufficialmente estate, tutti fuori.

è dunque cominciata così la saison estivale, con le manifestazioni musicali e artistiche. spesso le due cose insieme. il 21 giugno è tradizionalmente anche la data di chiusura di Monumenta 2012, al Grand Palais, e quest’anno famosi dj si sono alternati nell’ambito di un Bal Blanc tenutosi tra le installazioni architettoniche di Daniel Buren.

chi ha amato (me, ad esempio) l’anno scorso la sensuale opera di Anish Kapoor ha trovato più metodica, più dichiaratamente architettonica, anche se sempre poetica, quella di Daniel Buren, Excentrique(s).

l’altr’anno era il ventre oscuro e caldo, quest’anno i colori e le geometrie. ma i cerchi e le forme tonde, senz’altro ispirate dalle volte del Grand Palais, creano un sottile continuum tra i due lavori. Buren, un francese doc stavolta, gioca e si diverte con la luce lanciando contro le vetrate soleggiate del Palais i suoi cerchi colorati.377 cerchi di materia plastica, di 5 misure e 4 colori naturali – azzurro, giallo oro, arancio, verde chiaro – coprono interamente la superficie del Grand Palais per un totale di 8500 mq. I cerchi si reggono su tubi che formano una foresta. sotto la cupola si crea come un buco, uno spazio di 32 mq che contiene degli specchi dove ognuno può sedere, camminare, stendersi.

l’enorme cupola centrale è ripartita in cerchi concentrici dove dei filtri blu contribuiscono a formare una scacchiera. la luce diventa così il materiale principe utilizzato nell’installazione.Buren partecipa peraltro ad un altro evento fortunatissimo di questa primavera-estate: la Triennale del Palais de Tokyo. degli anticipi sulla manifestazione erano stati visti durante la due giorni di inaugurazione dell’ampliamento del Palais – (entre)ouverture, qui – e la curiosità dei parigini e degli amanti dell’arte contemporanea è arrivata al parossismo. il titolo di questa Triennale, Intense Proximité, annuncia il suggestivo connubio tra arte e l’etnografia; l’incontro, la coabitazione, le frizioni dello scambio tra culture creano una nuova fascinazione per ciò che è ignoto e lontano attraverso artisti – come anche ricercatori, etnologi, antropologi, cineasti, ricercatori – di cui sono esposti opere o documenti.

Il percorso è organizzato cronologicamente secondo l’anno di nascita dell’ autore in modo da collocarlo nel contesto storico e geografico specifico. la globalizzazione è un tema che viene qui affrontato in maniera critica e senza veli laddove i partecipanti si interrogano sull’identità culturale, sul territorio, facendoci riflettere sui nostri sistemi di valori e di giudizi. una riflessione sull’uomo, un’ applicazione derivata dalla pratica etnografica, di cui la Francia è stata senz’altro capofila.

El Anatsui, presente in tutte le biennali come in musei famosissimi, firma l’opera monumentale che ricopre la facciata del Museo Galliera di fronte al Palais de Tokyo. di formazione scultore, nato nel 44 in Ghana, nel suo atelier nigeriano realizza opere prevalentemente con elementi di riciclo, rifiuti del consumismo, che rielabora quasi fossero tessere di mosaico rendendole parti di grandi opere poetiche. come il suo ‘giardino fiorito’.

Nicholas Hlobo, è un altro scultore africano (Sudafrica, 1975) le cui opere monumentali erano alla Biennale di Venezia; qui ha esposto dei delicatissimi ricami di nastri e caucciù. le opere di Hlobo sono sempre intrinsecamente forti, intrise di riferimenti sessuali che servono a mettere in evidenza una natura transgender. l’ atto del ricamo è di per se’ un richiamo ad attitudini femminili, l’uso del caucciù rimanda alla virilità, mentre altrove le sue installazioni hanno un chiaro aspetto feticista.personalmente non avevo mai visto fiori o piante come componenti di un’opera in esposizioni di questo genere. ecco perché sono rimasta molto colpita dall’ installazione fragile e lieve di Camille Henrot, dal titolo provocatorio ‘è possibile essere rivoluzionari e amare i fiori?’. in una rilettura contemporanea e occidentale dell’ ikebana, l’artista rappresenta in maniera vegetale alcune pietre miliari del pensiero, come ad esempio la Genealogia della morale di Nietsche.fuori Triennale ma all’interno dello stesso contesto la fondazione Bergé-Saint Laurent ha presentato l’opera visionaria di un autore ceco, Zdenek Kosek, intitolata ‘je suis le cerveau de l’univers’. convinto di poter determinare le variazioni metereologiche, egli registra la moltitudine di segni che attraversano il mondo che collassa, costruendo complessi diagrammi di numeri e segni in un tentativo titanico di imbrigliarlo, misurandolo.

i feticci  di Annette Messager che volano e sbattono le ali al vento rimanendo ancorati ad una corda sono esseri metà  fantasmi metà reliquie di ricordi, usi, passati, che si agitano in una danza macabra di trasformazione e deformazione.molti i video di ispirazione etnografica o sociale presenti alla Triennale. tutti perturbanti, narrano della forzata e difficile coabitazione (quando non dominazione) di culture e generi differenti fra loro. oltre ad essi, ho personalmente amato il lavoro della performer polacca Aneta Grzeszykowska, ‘Headache’ in cui pezzi di corpo si toccano dolcemente per poi lottare furiosamente, per cercare di arrivare ad una sorta di umanità.ogni tessera di questo intricato e intrigante mosaico che è la Triennale è dinamica, complessa, stratificata e tra le fila di persone che si accalcano al Palais de Tokyo ci sono molti, come me, che hanno ritenuto di tornarvi più volte per coglierne i diversi aspetti. anche questa è estate

 

fatelo con i fior

in questa primavera da perfetta nerd – che contiene un po’ tutto, dalla laringite febbrile che ti fa perdere l’unico impegno davvero importante di tutta la stagione al blog che si blocca per un malware passando per 45 giorni 45 di pioggia francese, per citare solo alcune noie, senza parlare dei 3 mesi 3 di Alce Grigia in ospedale – tocca fare proprio l’assunto orientale secondo il quale ciò che non si può cambiare è bene accettarlo.

farselo piacere però è tutto un altro paio di maniche. per evitare di sbattere metaforicamente la testa contro il muro si cerca di godere delle piccole cose: i giochi con Naso Bagnato (tentare con ogni mezzo di farlo passare nel cerchio di fuoco per poi rivenderlo al circo), le gioie del giardino (dare un nome alla sterminata quantità di specie di ragni che giocano a space invaders), marmellate e fiori. le marmellate non sono un mistero per nessuno, e a meno che l’associazione pentola-frutta-zucchero non vi suggerisca nuovi confini nella ricerca delle armi chimiche, direi che è un argomento già assodato. ma quando si tratta di fiori emergono cose interessanti.

la primavera scorsa per l’appunto in maggio ero in piena esaltazione gastronomico-bucolica e mi giunsero voci di un fantomatico cocktail di nome Hugo (dal nome del suo inventore presumo), con una normalissima base di prosecco, ma il cui protagonista è lo sciroppo di fiori di sambuco (il che me lo avrebbe fatto subito rinominare ‘sambhugo’, se mi piacesse il retrogusto transgender). il suddetto cocktail e il suo autore erano molto poco comodamente reperibili a Bolzano e dunque, visto che in Abbruzzo si era nel mese della fioritura del sambuco, con la frenesia che mi albergava misi sotto tortura qualche parente prossimo al fine di a) procurarmi la ricetta; b) andare a cogliere i fiori. riuscita che fui nell’ intento seguii codesto procedimento (quoto integralmente la parente prossima che si è associata all’avventura):

  • Raccogliere 10 o 15 ombrelle di sambuco, sistemare in un recipiente con un paio di limoni tagliati a fette, coprire con un litro di acqua calda e lasciare in infusione per una notte.
    Il mattino dopo filtrare e aggiungere un chilo di zucchero. Portare a ebollizione e cuocere il tempo necessario per far sciogliere lo zucchero.
    Imbottigliare e conservare in frigo.

sopravvissi all’impresa e con me anche quelli che saggiarono lo sciroppo e il cocktail. tutti e due hanno giustificato e soddisfatto la mia curiosità originaria e devo dire che il profumo è qualcosa di talmente evocativo che porta a voler rispolverare dai libri di scuola Pascoli e Leopardi.

ps.: le dosi del cocktail

1/3 di sciroppo di fiori di sambuco
2/3 di prosecco
4 cubetti di ghiaccio
1 spruzzo di soda (facoltativo)
1 spicchio di mela rossa o una scorzetta di limone
1 rametto di menta fresca

pps.: come nel caso di molti fiori (es. le acacie) con il sambuco si fanno delle splendide frittelle. una ricetta qui

 

UX

foto di urban-exploration.com

Urban eXperiment. quando il nostro collega  Earl ne ha fatto l’oggetto della sua presentazione per il corso di francese io ho pensato soltanto: diamine, questi sono pazzeschi! ok, sapevamo già che tutto un mondo trova irresistibile il sottosuolo parigino, per non parlare dei cataphiles, coloro che amano girare e organizzare azioni nelle catacombe e nei tunnel sotterranei della capitale. ma questi di UX sono completamente un’altra cosa. . li hanno definiti in molti modi: terroristi culturali, guerriglia urbana, sovversivi, freedom fighters, anarchici. ma sono in realtà degli hackers della conservazione, dei ninja del restauro di luoghi in abbandono. sono stati capaci di rimanere invisibili e ignoti per vent’anni operando vere e proprie azioni di depistaggio e disinformazione, e solo uno di loro si dichiara con il suo vero nome. un’ideale, un sogno ormai nutrito da più di un centinaio di persone che agiscono nei tunnel parigini, divise in cellule a seconda dei diversi progetti, in cui operano conservatori, archivisti, esperti di telecomunicazioni, cartografi, programmatori culturali, minatori. sono in grado di rilevare le falle di sicurezza dei musei e principali monumenti, e di denunciare lo stato di abbandono di siti considerati di rilevanza minore. ma tutto, rigorosamente, nell’anonimato.

vent’anni di cultura clandestina

negli anni 80 sei adolescenti si addentrano nelle viscere della terra e riescono a raggiungere i sotterranei del Ministero delle Telecomunicazioni francese, vi si introducono e ‘prendono in prestito’ le mappe delle reti dei tunnel della capitale. da allora la città diventa loro. per anni la percorrono, ne decifrano nuovi percorsi, vi ambientano eventi culturali, ‘recuperano’ luoghi che rendono funzionanti. in 11 siti sparsi sotto il 16° arrondissement organizzano festival cinematografici e teatrali per la loro strettissima cerchia e mostre d’arte. nel 2004 verrà scoperta, grazie ad una delazione, la sala di proiezione da loro costruita in una cava sotto il Palais de Chaillot, che allora ospitava la Cinémathèque. la cava era ignota anche al Servizio Cave del comune. la Mexicaine de Perforation, la cellula di ‘esploratori urbani’ che si occupa di cinema clandestino l’aveva allestita di tutto punto, dotandola finanche di un bar e di toilettes. nulla potrà essere contestato agli UX salvo l’utilizzo dell’elettricità che vi avevano portato. in ogni caso, la polizia arriva troppo tardi, e viene accolta solo da un biglietto sul quale è scritto ‘ne cherchez pas’. ma è così che dopo venti anni viene alla luce questa incredibile collettiva di artisti il cui pubblico sono loro stessi. non squatter ma gente di tutte le estrazioni, anche professionisti, tutti con lavori regolari.

4000 euro per un sogno

il grado di specializzazione degli UX raggiunge livelli raffinatissimi. come gli hackers per la rete virtuale, loro ne sanno più dello stato, più dei GPS, e la ‘loro’ rete è la più precisa che ci sia. ma gli urban experiments sono atti di conservazione più che di riappropriazione.

e l’azione più romantica e audace è del 2006: il restauro clandestino dell’orologio del Pantheon (the Wagner clock) in disuso ormai dagli anni 60. la cellula Untergunther, i cantieri di restauro di parti non visibili del patrimonio urbano, per un anno si installa di notte sotto la cupola portandovi tutto il materiale necessario, compresa l’elettricità. gli attivisti scuciono di tasca loro quattromila euro per realizzare il loro sogno. come api operaie smontano, ripuliscono, sostituiscono piccole parti meccaniche, assemblano, per notti e notti. finchè un giorno, tra lo stupore dei parigini, l’orologio di Wagner torna a suonare.

gli UX escono in via eccezionale allo scoperto per avvisare il direttore del Pantheon e offrirgli la loro collaborazione ai fini della manutenzione dell’orologio. ma i sogni muoiono a contatto con l’atmosfera reale. nel 2007 il Centro dei Monumenti Nazionali li cita in giudizio. due volte. e ferma di nuovo l’orologio. gli Untergunther verranno poi rilasciati perché nel codice penale francese non esiste il reato di ‘restauro clandestino di orologio monumentale’ o di ‘introduzione illegale in un monumento nazionale’, una faccenda comica che sembra uscita da un film di Blake Edwards.

a tutti i vari Clouseau che abitano le istituzioni parigine gli UX rispondono continuando tutt’oggi con i loro atti conservativi, attenti più che mai a che nessuno ne venga a conoscenza. e noi adesso camminando per Parigi sappiamo che la città è quanto mai viva sotto i nostri piedi.

* questo post ha saccheggiato lo scrupolosissimo articolo di Jon Lackmann per Wired. in rete non c’è molto, ma uno degli UX ha pubblicato un libro. Lazar Kunstmann, La Culture en clandestins. L’UX, Paris, Hazan